Captain Fantastic- una strana recensione

 Ho deciso di “mixare” la recensione del film Captain Fantastic con un commento sull’amara realtà che stiamo vivendo, per esporre un pensiero sulla scuola e sull’educazione in generale.

(Attenzione: sono presenti spoiler sul finale del film, ma dovevo necessariamente parlarne!)

 


CAPTAIN FANTASTIC

Qualche giorno fa Rai Movie ha riproposto il film del 2016 Captain Fantastic, con Viggo Mortensen nel ruolo del protagonista (ruolo che gli valse la seconda nomination agli Oscar).

Ebbene, in tempi di DAD e smart working mi è parso un ottimo spunto di riflessione da proporre.

La trama del film: Stati Uniti dei giorni nostri. Ben Cash (ah, quanta ironia in questa scelta di cognome) cresce i suoi sei figli nella foresta, mentre sua moglie Leslie è ricoverata in ospedale per una grave depressione. I ragazzi sono tutti in età scolare ma non vanno a scuola, praticamente non hanno contatti col mondo esterno mentre Ben si arrangia con manufatti artigianali per comprare solo lo stretto necessario. I ragazzi vengono addestrati da Ben stesso a sfide fisiche molto dure, come scalare pareti di roccia, cacciare, combattere, scuoiare animali. Sono inoltre tutti notevolmente istruiti: conoscono le lingue straniere, la matematica, la fisica… il marxismo… Il loro passatempo è fare musica tutti assieme attorno al fuoco, la sera. Quando però Leslie si suicida, i genitori di lei insorgono e rivendicano il diritto del funerale in chiesa (pur essendo lei praticante buddista). Ben e i suoi ragazzi intraprenderanno dunque un viaggio nel mondo reale, fino al New Mexico, per rincontrare i familiari benestanti e cercare di far rispettare le volontà di Leslie. Sarà in realtà un viaggio di consapevolezza soprattutto per Ben, che avrà modo di vedere i frutti del suo estremo metodo educativo, nel bene e nel male.

Il film mostra due modelli educativi ben contrapposti: quello standard e quello alternativo di Ben, anche se entrambi sembrano difettare in qualcosa. In una delle scene più riuscite, Ben esibisce ai cognati i suoi figli iper-istruiti, mentre i coetanei cugini appaiono di contrasto come lobotomizzati, incapaci di mostrare coscienza critica e interessati solo ai videogiochi.

Il finale è però il vero valore di questo film, perché mostra una terza via, una sorta di compromesso che Ben raggiunge senza rinnegare quanto fatto fino a quel momento: orti e galline anziché scalate e combattimenti, una casa decorosa anziché una baracca, ma soprattutto la scuola!, eccoci finalmente giunti al punto cruciale.

La scuola, già.

Quella di marzo, maledettamente chiusa in questi anni Venti, e aperta a singhiozzo negli altri mesi. Sostituita da un suo surrogato, la DAD.

Ma torniamo al film: perché è tanto importante che Ben mandi a scuola i suoi figli già super intelligenti e dotati fisicamente? Devo ammettere che la prima volta che guardai il film non mi colpì affatto questo particolare… Ma erano altri tempi.

È importante perché, come il figlio maggiore rinfaccia a un certo punto al padre, lui non sa niente del mondo, se non ciò che ha appreso dai libri; non conosce niente del mondo perché non ha mai avuto modo di confrontarsi, di stringere amicizie, di innamorarsi, di provare emozioni, di provare empatia, di farsi aiutare, di imparare a reagire a un torto, di stare nel gruppo, di stabilire una relazione con gli insegnanti... Ecco perché non si può rinunciare alla scuola, prima e fondamentale istituzione sociale per tutti i ragazzi del mondo.

Ecco, alla fine il modello educativo di Ben, che lascia partire il figlio maggiore per un viaggio e avvicina gli altri al giardinaggio, all'orto e all'allevamento da fattoria non ci paiono poi malaccio, anzi... Ora che non possiamo offrire altro ai nostri figli se non uno schermo con cui interfacciarsi col mondo, un appartamento come spazio vitale e un giro dell'isolato come ora d'aria - persino privati delle altalene - dobbiamo cercare di fare comunque del nostro meglio come genitori ed educatori, ma soprattutto dobbiamo fermamente credere che, su questi anni Venti, inizino presto a soffiare venti di speranza.

Che voglia immensa

 

Timidamente qualche museo ha riaperto i battenti, seppure solo nei giorni feriali e sempre col timore di poter richiudere allo scurirsi del colore in voga in quel momento. È già qualcosa, penso, con l’amarezza di chi rimpiange la bellezza mentre legge sul giornale che si stanno organizzando gite scolastiche online, visite ai musei online… Come un videogioco. Forse sarebbe stato più saggio proporre una lettura, almeno si allenava l’immaginazione?

Ci stiamo accontentando, forse?

“Ma dobbiamo rispettare le regole, viaggiare non si può!”

Benissimo, allora dobbiamo poter bramare certe cose, desiderarle, sognarle, fino al giorno in cui potremo raggiungerle. Altrimenti non noteremo nemmeno la differenza, quando torneremo liberi.

E allora, bramiamo!

Che voglia immensa di entrare al teatro Regio, respirarne a fondo l’odore, mettersi comoda in poltrona e aspettare che La Bohéme inizi.

Che voglia immensa di entrare in un cinema, salire la gradinata con la smania di chi non sta più nella pelle: il film tanto atteso sta per cominciare.

Che voglia immensa di prendere il treno e andare a Firenze a vedere gli Uffizi, non importa quanta coda ci sarà.

Che voglia immensa di calcare il suolo di una biblioteca pubblica e poter restarci quanto desidero.

Che voglia immensa di non sapermi decidere su quale mostra andare a vedere. Nel dubbio me le vado a vedere tutte.

Che voglia immensa di andare a sentire un concerto, magari in un grande stadio.

Che voglia immensa di andare in palestra… Ah no, questa no! Allora riformulo… Che voglia immensa di vedere il viavai davanti alle palestre e alle piscine.

Che voglia immensa di salire su una nave e girovagare per il Mediterraneo.

Che voglia immensa di andare a Bologna… (Ci aspettiamo da tanto, prima o poi ci conosceremo. Lo so che non vedi l’ora di mostrarmi i tuoi portici, la tua università, le tue torri, i tuoi piatti, le tue piazze.)

Che voglia immensa di non sapermi decidere fra Romagna, Puglia e Marche per le vacanze estive. E magari scegliere la Sicilia, così vado a vedere anche la Valle dei Templi.

Che voglia immensa di andare a visitare Urbino, ne subisco il fascino da tempo!

Che voglia immensa di rivivere le bellezze della mia Torino, dei suoi parchi e di tutte le residenze sabaude, da Stupinigi alla magnifica Reggia di Venaria Reale, senza limitazioni.

Che voglia immensa di rivedere Roma. E Napoli. E Venezia. Tutte, vi vorrei rivedere tutte.

Che voglia immensa di gironzolare per i paesini di provincia. Li trovo da sempre affascinanti.

Che voglia immensa di andare a fare una gita in montagna, e respirare, respirare, respirare! Prendere un po’ d’acqua fresca, vagare con lo sguardo nell’immensità del paesaggio, raggiungere la vetta del Monte Bianco e puntarla. Sì, sono felice anche solo di ammirarti da lontano. Sci e arrampicate le lascio ai più tenaci.

Che voglia immensa di sedermi sul lungomare e buttare lo sguardo all’orizzonte. Così, senza pensieri, senza occhiate all’orologio, senza fini, solo io e il mare.

Che voglia immensa di aspettare un tramonto.

Che voglia immensa di andare oltre quest’inverno, solo per vedere il mondo rifiorire di nuovo.







L'autodidatta- la ricetta dello scrittore

Un bravo scrittore è innanzitutto un bravo lettore. Questa è la lezione numero uno. Non ci si può improvvisare cuochi se non ci si è mai messi a cucinare. Un bravo lettore, dunque, che voglia diventare anche un bravo scrittore, deve esercitarsi. Tanto. Deve accettare che il primo piatto sarà una gran schifezza, e che nessuno lo nominerà chef stellato subito. Occorreranno giorni, mesi, anni prima di poter affinarsi e arrivare a una forma quantomeno accettabile.

Io ho iniziato in maniera del tutto inconsapevole a formarmi da giovanissima, ma senza particolari guizzi che facessero presagire chissà quale talento. Nessun professor Keating a invitarmi a salire sulla cattedra che il mondo appare diverso da quassù, a incoraggiarmi a scrivere perché intravedeva in me qualcosa di speciale; nessuna storia del tipo mio padre era un docente universitario per cui sono cresciuta in mezzo ai libri, sebbene i libri non mancassero a casa mia, ma per innamorarmi dei libri ci sono voluti i libri giusti (nel mio caso provvidenziale fu Due di Due di Andrea De Carlo), dacché reputavo i libri classici pallosi tanto che mi dovetti svezzare soprattutto coi fumetti; nessun concorso letterario vinto a 17 anni, io ai tempi scribacchiavo solo il mio diario segreto; nessuna folgorazione immediata del tipo da oggi mi metto a scrivere un romanzo, che la prima fiction che scrissi era un racconto breve assai modesto, cui seguì una sceneggiatura teatrale altrettanto modesta; nessuna scuola di scrittura da ottomila euro l’anno, nemmeno la facoltà universitaria ‘giusta’, bensì un fritto misto di studi ed esperienze.

E allora, cosa fa di te una scrittrice?, vi starete giustamente domandando.

Un lungo, logorante lavoro su me stessa. Ecco cosa, per me, ha fatto la differenza. Una serie di scavi nel mio io interiore, fino a raggiungere i reperti e i reparti più profondi, incredibili, scomodi, spiacevoli. Se si è disposti a fare questo lavoro, esso varrà più di tutte le migliaia di copie che si riusciranno mai a vendere.

Io, però, ho venduto e pubblicato ben poco, anzi, aspetto la tarda primavera per misurarmi con la prima vera occasione editoriale, eppure mi considero una scrittrice a tutti gli effetti in virtù dei passaggi fondamentali di cui sopra: dieci anni passati a scavare, mentre divoravo libri. E dopo un decennio costellato di errori, vicoli ciechi, rifiuti, tentativi vari, ecco finalmente avvicinarsi la grande occasione. Non credo sia un caso: per arrivarci ho dovuto cambiare il mio menu, rinunciando al primo e puntando sugli antipasti.

... Ha funzionato! 

Ma non mi sento che appena partita. Autodidatta rimarrò sempre, che la vita, alla fine, è un grande libro di ricette dal quale attingere; ne provi una, la rifai cento volte, imparando da ognuna delle cento volte qualcosa in più.

Sala d'aspetto


Sulla porta leggi sala d’aspetto. E, in effetti, ce ne sarà da aspettare. L’attesa già ti si prospetta snervante. Entrando, ti accoglie in sottofondo un colpetto di tosse – sembra quasi da protocollo che ogni tanto qualcuno debba tossire in una sala d’attesa – e qualche occhiata da parte degli altri attendenti. Prendi posto, anche se la sedia fredda e dura non è esattamente accogliente.


Fremi e temi allo stesso tempo questa visita, non sei del tutto tranquillo; non ti resta altra scelta che vagare con lo sguardo a caccia di un po’ di conforto. Ma l’atmosfera tutt’intorno non ti aiuta per niente: anonimi quadri che vanno a confondersi con la scialba e vetusta carta da parati, datate riviste di gossip ammucchiate su un tavolino scricchiolante, odore stantio... E poi ansie che si mescolano l’un l’altra, appesantendo a tal punto l’aria che hai quasi la sensazione di non riuscire a respirare...


Provi a ricomporti, ma non è proprio per questo che sei venuto a farti visitare? Che non ti riesce più nemmeno respirare? In un attimo tutte le questioni irrisolte si fanno spazio nella tua testa inoccupata, e di nuovo senti mancarti il respiro. Forse preda di un attacco di panico sei costretto ad alzarti e uscire, prima di fare figuracce, pugni serrati e fiato corto, bramando un po’ d’aria fresca. La segretaria ti lancia uno sguardo di disapprovazione. Ti ci vuole qualche minuto per recuperare un respiro regolare. Tuttavia devi rientrare: quando lo fai incassi gli sguardi altrui, ora attoniti ora severi, che i momenti di debolezza non sono mai benvisti, poi ti siedi riaccogliendo nei polmoni l’aria stantia di prima. L’unica maniera che hai per resistere senza ulteriori sceneggiate è tirare fuori lo Smartphone e aprire app a caso, qualsiasi cosa ti possa tenere occupata la mente... Scorri col polpastrello incerto a caccia di facili distrazioni, tutto pur di far scorrere i minuti, che in effetti prendono a scorrere, finché non odi la voce della segretaria scandire il tuo nome in maniera fredda. È il tuo turno finalmente, eppure continui a sentirti a disagio, forse per gli appuntiti sguardi altrui che ti accompagnano fin dentro lo studio medico.


Col fiato corto e gli occhi lucidi provi a spiegare al medico quello che ti sta succedendo. «Dottore, sto male. Non so di preciso il perché ma ho delle crisi, degli attacchi, mi sento stressato e a disagio. Mi è capitato persino poco fa.»

Prendi la ricetta coi calmanti poi esci, evitando di poggiare lo sguardo sugli altri attendenti e sull’antipatica segretaria.

Sei fuori, eppure fatichi ancora a respirare.


(Parafrasi della realtà con la terapia della Bellezza)


Sulla porta leggi sala di bell'aspetto. Di bellaspetto? L’attesa già ti si prospetta... stramba.

Stramba come questa sala, a ben guardarla. Nessuno dei pazienti che stia seduto, tutti che si muovono freneticamente, ma dove sei capitato?


Entrando ti accoglie in sottofondo una musica jazz, ne ignori l’autore ma è proprio il genere azzeccato per coccolare gli attendenti. Mentre invadi la sala, la segretaria si fa strada canticchiando e ancheggiando, poi apre la finestra. Mezzo minuto, il tempo di rinfrescare l’ambiente, nessuno sembra lamentare freddo né fastidio. Uscendo ti fa l’occhiolino augurandoti buon divertimento. Il suo inspiegabile buonumore è cosa assai inusuale, eppure non puoi fare a meno di sorriderle a tua volta.


Ti guardi attorno sempre più curioso. "Ma che razza di sala d’aspetto è?" pensi incredulo, rendendoti subito conto che è impossibile ignorare la maestosità degli arredi; riproduzioni a tutta parete di Monet e Van Gogh, Renoir e Cezanne, sulle finestre delle stupende tende con una fantasia di colorate note musicali, sotto i tuoi piedi un tappetone granata talmente soffice che vien voglia di rotolarcisi dentro.

L’odore della sala, poi, è gradevole. Come se ci fossero fiori freschi... toh! Eccoli là! Un bel mazzo di fiori per tutti i gusti – fra cui spiccano i girasoli – che emanano un piacevole profumo. Qualcuno si avvicina per odorarli, qualcun altro dallo sguardo malandrino vorrebbe coglierli ma desiste: troppo difficile imboscarseli.


Sprofondi in un divanetto assai comodo, notando sulla tua destra un plico di riviste niente male. Sono perlopiù riviste scientifiche e di attualità, mentre sulla tua sinistra noti una vasta gamma di celebri fumetti che ti riportano subito indietro nel tempo solo a guardarne le copertine.

Da qualche minuto stai sfogliando con bramosia un fumetto, perché sai che fra non molto toccherà a te. Alzando lo sguardo noti una mini-libreria in fondo alla sala... Per forza non l’avevi scorta, era coperta dagli altri attendenti! Molli il fumetto della tua preadolescenza per fiondarti sulla libreria. Le mani accarezzano i volumi, perlopiù grandi classici della letteratura, una lacrimuccia ti scende quando scorgi il libro Cuore di De Amicis, mentre non resisti alla tentazione di avvicinare la copia di Il Fu Mattia Pascal al naso per odorarne le pagine.


Accanto a te c’è un bambino intento a sfogliare vecchi album di figurine completi, quasi quasi gli vorresti far compagnia perché tanto qui la vergogna l’hai ormai lasciata sulla soglia della porta, e così tutti gli altri! Non ce n’è uno che stia seduto composto oppure chino sul suo cellulare. La sala è abbastanza ampia da consentire passeggiate come se si fosse in una galleria d’arte. D’improvviso il bimbo si precipita in un angolino della sala e raccoglie delle freccette.

Nessun altro sembra essersene accorto, del gioco delle freccette! Così decidi di sfidare il bambino: raccogli una freccetta e la scagli verso il centro del bersaglio, mancandolo clamorosamente. Dinanzi a un errore così grossolano ti viene da ridere. In un attimo tutta la sala ride con te. Quando il bambino fa centro al secondo tentativo, le risate mutano in urla di giubilo.


Finché la segretaria compare sulla porta e scandisce il tuo nome canticchiandolo.

Il tuo sguardo è di puro dispiacere. Non vorresti andartene. Insomma, non puoi abbandonare così una gara! Quasi quasi vorresti chiedere a qualcuno di cederti il suo posto, ma nessuno sembra palesare la tipica fretta di voler vedere subito il dottore. A malincuore, dunque, ti dirigi verso lo studio medico.


«Guardi dottore, io ero venuto per parlarle dei miei problemi di stress. Mi causano parecchie emicranie, stanchezza, insoddisfazione... Ho persino avuto degli attacchi di panico, credo. Oh, dottore, non mi crederà ma adesso sto molto meglio! Mi è venuta voglia di andare in soffitta a riaprire il baule dei miei vecchi fumetti! Ehi, magari torno la settimana prossima per discutere con lei della mia indispensabile visita specialistica di controllo dei nei superflui, ehm, che dice?»

Il dottore annuisce. «Torni pure quando vuole. Nel frattempo le prescrivo un ascolto di musica classica dopo i pasti, per cinque giorni. Veda come va. Ah, faccio che aggiungerle anche una passeggiata giornaliera nelle ore pomeridiane, per almeno quindici minuti, in mezzo al verde.»

Prendi la ricetta come se ti avesse appena prescritto di mangiare gelati e caramelle. Un ultimo saluto agli altri attendenti, e alla simpatica segretaria, prima di uscire.

E tornare a respirare.


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